I SITI ARCHEOLOGICI


 
RODI
Le scoperte archeologiche del 1914 e degli anni cinquanta sono la testimonianza dell’esistenza di civiltà indigene nel territorio di Rodì Milici.
Con i reperti venuti alla luce si è potuto stabilire che i primi abitanti del territorio furono Sicani i quali vivevano in capanne in pianura a valle dei monti sui quali inumavano i loro morti in grotticelle artificiali, scavati nel tufo (XVIII-XV sec. A.C.)
Le scoperte di altre tombe sempre sul Monte Gonia, nella valle Paparini (IX-VIII sec. A.C.) e nella contrada Mustaca (V sec. A.C.) hanno permesso di accertare il processo di ellenizzazione del territorio, che secondo quanto affermato da illustri studiosi, a valle dell’attuale Rodì esisteva l’antico paese di Artenomasio (Artemisia) che nel nome ricordava il simulacro di Artemide (Diana) trafugato da Sparta da Oreste e da sua sorella Ifigenia.
Nel III sec. A.C. il bacino del Longano, oggi Patrì, è stato il teatro, secondo Diodoro Siculo, della famosa e sanguinosa battaglia tra mamertini e siracusani, vinta da questi ultimi.
Dai diplomi di Enrico VI, imperatore, si viene a conoscere che il territorio era compreso nella magna foresta Linaria che, iniziando dal Mela, si estendeva  a Mirto, Frizzano e Longi.
Con Federico II, re di Sicilia, (1211-1212), le terre e il casale di Milici vengono ceduti ai Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni Gerosolimitano, ma di Rodì non si sa nulla forse perché distrutta dal torrente impetuoso o dalle guerre.
Lo storico V. Amico ricorda che i Cavalieri importarono lavoratori dall’isola di Rodi per colonizzare il feudo, mentre il Fazello afferma che il paese fu distrutto durante le guerre angioine-aragonesi e gli abitanti costretti a rifugiarsi al Castro la cui costruzione era stata ordinata da Federico II d’Aragona (1324).
Rinasce forse sullo stesso territorio con il rientro di tutti o solo di una parte di coloro che erano scappati e con l’immigrazione da Rodi di altri coloni.
Sempre l’Amico ricorda che il villaggio fu “soverchiato spesse fiate dal fiume Rossolino” e che, infine, distrutto completamente, fu ricostruito sulle pendici delle colline di Limbia e S. Filippo.
Attraverso la lettura del cabreo del feudo di Milici (1687) si hanno notizie sulla popolazione del nuovo paese, sui fondi coltivati e sulla produzione agricola.

NECROPOLI DI LONGANE
 E’ stata scoperta negli anni 1951 e 1959 sul monte Gonia o Grassorella, e nella valletta Paparini, nelle immediate vicinanze dell’abitato di Rodì.
Le più antiche tombe risalgono al XVIII-XV sec. a.C.  e si trovano a sud-est in cima alla collina verso la valle del Longano.
Una di esse, in particolare, diede abbondante corredo. La sua pianta quasi regolarmente circolare misurano. 3.85 di diametro, ha la volta a forno e misura m. 1.80 di altezza al centro. Si rivenne uno spillone di bronzo del tipo cruciforme con tre globuli, uno al termine di ciascuno dei tre bracci a croce, mancante nella punta. E’ di un tipo rappresentato da tre esemplari nei livelli di Ausonio II° di Lipari. Le rimanenti suppellettili raccolte nella tomba costituiscono un insieme che, per tipo e cronologia, risalgono ad età molto più antica. La ceramica raccolta è rappresentata da nove vasetti: è scadente, sabbiosa e molto fragile, pareti sottili, superficie granulosa, opaca, plasmata a mano in modo grossolano, con irregolarità e asimmetrie.
Il pezzo più interessante è una tazza attingitoio, fondo emisferico con parete alta, rigida, imbutiforme.
Inoltre furono recuperati oggetti ornamentali: perle, pendagli e manufatti di ossidiana.
 
FATTORIA ROMANA
 
Recentemente, a seguito di scavi eseguiti dall’Università di Messina, sono stati rinvenuti, in contrada Grassorella o Gonia, i resti di una fattoria romana, di grande interesse archeologico, che hanno evidenziato, oltre alla perimetrazione muraria, una cisterna, scavata nella roccia, della profondità di oltre 3 metri con il fondo ovale. Inoltre, sono state rinvenute diverse monete, databili al periodo romano.


 
NECROPOLI GRECA DI MUSTACA
 
Mustaca (Mustaco) è una contrada, un pianoro di un Kmq. e sino al 1914 era tutta una necropoli sconosciuta. In quell’anno, durante lavori di scasso, i contadini scoprirono le tombe e ne dispersero i corredi funerari.
Alla diffusione della notizia il Prof. Sen. Paolo Orsi, allora Direttore del Museo Antico di Siracusa, pubblicò nel Bollettino di Paletnologia Italiana (1916) una breve relazione rendendo noto che erano stati scoperti numerosi sepolcri formati da lastroni calcari e protetti al di sopra da ciotoloni vari o da tegoloni bordati. Secondo l’Orsi, si era venuto a conoscenza del ritrovamento di uno scheletro di guerriero con elmo e corazza di bronzo e una spada. Era una Necropoli del V sec. a.C. come si poteva desumere dai relitti fittili, dai vasi e dal corredo di una tomba. “Con i suoi estremi potrebbe estendersi nel VI° e nel IV° secolo”, affermava l’archeologo.
Apparteneva ad un abitato di notevole vastità, una grossa borgata di indigeni che nel V° sec. aveva adottato le forme sepolcrali ed i portati industriali della ormai dominante civiltà greca.
Le scoperte di qualche anno precedente di altre tombe a Pirgo, a Quatela, a Trappeto, contrade vicine a Mustaca, nonché la notizia data da Vito Amico circa l’esistenza in Milici “di ruderi di un delubro dell’antica superstizione” confermavano tutte le affermazioni dell’Orsi e si può dire che tutto il territorio da Rodì a Milici, ai monti circostanti, era stato abitato da popolazioni che avevano subito la colonizzazione greca. Tutto ciò è stato confermato, negli anni cinquanta, dalla individuazione del fiume Longano, della città e della sua necropoli.


 
LONGANE-CITTÀ SICANA
 
Nel pianoro di Pirgo, ad oltre quattrocento metri di altezza, si trovano i Monti Cocuzzo (Cocuzza o Ferri) e Ciappa.
Il primo misura m. 576 di altezza e difende naturalmente il pianoro. Ha la forma di pan di zucchero e sulla sua vetta si trovano le vestigia di un castello in posizione fortissima e inespugnabile.
Gli archeologi Bernabò Brea e Ryolo riconobbero le fondazioni dei muri (1950). Questi sono di circa cm. 50 di spessore: due suoi lati si incrociano ad angolo retto e misurano m. 24,25 e m. 27,50. Il resto della muratura è costituito da un lato curvilineo. Le pietre sono grosse e non squadrate, sono assai pesanti e la costruzione è quanto mai primordiale.
Il tipo della muratura è quello megalitico e secondo gli archeologi, è più antica delle fortificazioni che vengono chiamate mura pelasgiche.
Per gli stessi archeologi si è in presenza del più antico fortilizio che sia stato mai costruito in Sicilia.
Appartiene alla fine dell’età del bronzo medio, cioè al secolo XIII a.C. Il secondo, Monte Ciappa. è alto m. 442 sul quale si trova la cinta di fortificazioni della città di Longane.
Per Domenico Ryolo è l’opera più importante costruita dai longanesi.
La cinta si trova a m. 420 di quota, circa 22 metri più in basso del cocuzzolo; ha la forma di un quadrilatero, quasi una fortezza, considerata grandiosa e importante anche perché è stata costruita nel VI° secolo a.C. Era costituita da cortine murarie intervallate da torri che sporgevano dalla cortina dando così possibilità di sorveglianza e difesa. La distanza tra torre e torre non è costante.
La costruzione non è molto accurata: conci squadrati si alternano con pietre informi: lo spessore dello muro è di m. 1.00; 1.20; 2.40.
Le torri sono seguite meglio anche perché costituite con conci squadrati, lunghi m. 1.10 o in 1.40; l’altezza varia da cm. 35 a cm. 40).
Le torri appartengono al tipo del VI° secolo a.C.
Durante gli scavi fu raccolta della  ceramica che non oltrepassa il V° sec. A.C.
Concordano gli scopritori che la città di Longane scomparve sul finire del V sec. a.C. ad opera di Messana, che si impadronì del territorio. Altra testimonianza dell’esistenza di Longane è data da un caduceo in bronzo, insegna dell’araldo dei Longanesi, che si fa risalire al periodo anteriore all’anno 461 a.C. e che è stato scoperto nel XIX secolo, viene conservato al Britsh Museum di Londra.
Un’ulteriore testimonianza viene data da una moneta di argento, una litra coniata secondo il sistema euboico che si assegna al V° sec. a.C.; scoperta nel XIX secolo, si conserva nel British Museum. In essa si notano: D, testa di Heracles giovane con leontea; R. testa coronata di un dio fluviale.

SANTUARIO DI PIRGO
Nel pianoro di Monte Pirgo gli archeologi scoprirono i ruderi di un antico fabbricato, costruito in pietra, che lo studioso Domenico Ryolo considerava una comune abitazione, oppure edificio pubblico o infine tempio. Secondo il prof. Luigi Bernabò Brea doveva essere un santuario.
Di esso furono trovati i muri perimetrali per breve altezza dal suolo: sono in conci squadrati e senza malta per cui gli archeologi hanno trovato molta difficoltà nell’interpretazione dei ruderi, che comunque si ritiene costruita intorno al VI° sec. A.C.

CUPOLA ROSATA
In contrada “Chiano o chiesa vecchia”. Così detta perché ivi esisteva un’antica chiesa. Vi sono una cupola di colore rosa e alcuni ruderi di mura emergenti dal greto del Patrì che sono stati difesi dagli allagamenti da un muro di protezione (bastione).
Recentemente la Soprintendenza alle Antichità di Messina diresse i lavori di scavo utilizzando mezzi meccanici, i quali hanno riportato, alla luce una torre quadrata in muratura sulla quale insiste la cupola. Sono stati liberati dalla sabbia anche quei ruderi dei muri chiaramente appartenenti ad un edificio sacro, certamente alla chiesa vecchia che era dedicata a S. Girolamo secondo il cabreo del feudo di Milici del 1687. Confermò tutto ciò il dr. Vincenzo Greco da Messina il quale redasse negli ultimi anni del sec. XVII una perizia su quel feudo. I lavori di quella zona archeologica sono stati sospesi, in attesa di altri finanziamenti.

MILICI
Milici deriva da Meilichios, nome che veniva dato a Zeus presso i Greci. Fa pensare, quindi, che il casale fosse del periodo della colonizzazione greca. Tale asserzione è confortata da quanto scrive V. Amico secondo cui a Milici esistevano ancora nel sec. XVIII,. quando egli scriveva il suo Lexicon, i ruderi di un delubrio tempio dell’antica superstizione, cioè un tempio o un’area pagana.
La tradizione orale, accettata dal Casalaina, ricorda che papa Leone II ebbe i natali a Milici.
Si comincia ad avere notizie più certe di Milici nel 1211 quando Hermannus de Striberg, camerario regio ed imperiale di Federico II di Svevia, cede ai Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimetano, Casa Ospedale di Messina, il casale di Milici e le sue terre. Esiste ancona il diploma di Federico II con cui viene confermata la donazione di Hermannus (1212).  Il fatto che già nel 1211 esisteva il casale fa pensare che il territorio fosse abitato da lungo tempo. La tradizione orale dice ancora che a Milici venne Federico II° con la scuola poetica siciliana e che lo stesso re imperatore andò a caccia nei boschi vicini. Di questo si interessa il noto poeta scrittore Nino Pino quando trascrive la cantata delle donne del luogo, la così detta “Canzone di Pier delle Vigne”.  Nel XIV° secolo il casale di Milici conta non pochi abitanti che sono assistiti da un presbitero greco, come riporta Pietro Sella nel suo “Rationes decimarum nei secoli XIII e XIV”.
Il feudo di Milici dura molto a lungo come del resto avviene in tutta la Sicilia che vede scomparire la feudalità nel 1811, abolita a Napoli nel 1806 e che vede proibita la promiscuità negli ex-feudi ancora piè tardi rispetto al regno di Napoli (1816). Durante il periodo della loro presenza, i Cavalieri ordinarono più di un cabreo delle terre concesse ai censualisti e da tali documenti si evince che il territorio del feudo che si estendeva sino a Piano della Croce di Rodi, era diviso in tante piccole estensioni coltivate con preferenza ad uliveto, a gelseto e altri alberi da frutto; che, infine, in ogni fondo esisteva una casa di abitazione.
Dagli stessi cabrei appare chiaro che moltissimi censualisti erano forestieri i quali evidentemente, sfruttavano le terre servendosi di braccianti che abitavano sul luogo. E questo sistema doveva durare da secoli se è vera l’affermazione di Vito Amico, quando scrive di Rodì, secondo cui i Cavalieri avevano importato dall’isola di Rodi molte persone allo scopo di farle lavorare nel  feudo. Sempre da quei cabrei si apprende che si produceva olio di oliva, seta, lana, lino, legname.

PALAZZO PRIORALE
Altra opera d’arte molto significativa dal punto di vista storico è il Palazzo Priorale che si trova ubicato nella Piazza di S. Maria e che ora è di proprietà privata, vincolato di recente dalla Regione Siciliana.
In una relazione del rev.do Giovanni Ambrosiano del 1749 vi è la descrizione del Palazzo Priorale di Milici con la precisazione che quel manufatto aveva due damose reali, un magazzino per formaggio, due camere nel solaio di mezzo, una camera nell’ultimo solaio, una camera per cucina, ad Oriente un altro solaio, due magazzini sotto per frumento, sopra una sala e una camera, al centro del Palazzo una scala di pietra ed altro magazzino per frumento.
 
CHIESA DEI SS. ROCCO E BIAGIO
Lo storico Casalaina afferma che le chiese di Milici furono tolte nel 627 dalla dipendenza della parrocchia di Castroreale e aggregate al Gran Priorato di Messina. Dal cabreo del feudo di Milici si apprende che la Chiesa di S. Rocco aveva comprato nel 1719 una casa e nel 1736 “un loco di olivati”. Tutto fa pensare che la chiesa esistesse prima del 1719, molto probabilmente anche nel secolo precedente.
D’altronde lo stile architettonico, gli ornamenti alla facciata e quelli interni, testimoniano che la costruzione è avvenuta nel Seicento piuttosto che nel Settecento.
La data 1750 incisa sul pilastro sinistro dell’edificio si riferisce ad un rifacimento esterno. La facciata presenta un portale abbastanza grande ed alto con il capitello interrotto al di sopra del quale esistono una finestra ed un orologio con campanile laterale. L’edificio è coperto con tegole curve di creta e l’interno necessita di urgente recupero, per salvare dalla distruzione completa ed assoluta qualche piccola parte degli affreschi e di ogni costi ancora esistente.
Dentro e fuori si notano molte croci di Malta che testimoniano la presenza plurisecolare dell’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni gerosolimitano, detto successivamente  di Malta.
 
OPERE E MONUMENTI
- Chiesa San Filippo; Chiesa Immacolata; Chiesa San Bartolomeo; Chiesa San Giovanni; Arco del poeta; Mascherone in via Candela; Mascherone in via N. Bixio; Mulini ad acqua dismessi; Frantoi dismessi; Palmenti, ecc.
 

Bibliografia:

Andrea Zanghì, da Artemisia e Solaria a Rodì Milici, Edizione Spes, Milazzo 1983;

Carmelo Aliberti - Andrea Zanghì, Rodì Milici nel 40° Anniversario dell'Autonomia, 1947-1987, Messina 1987.