Cenni storici 
   
 



Solaria
Solaria deriva dal latino solarium sia nel significato di imposta fondiaria che di luogo esposto al sole; nel primo significato deriva da solum-suolo e Solaria significa terreno soggetto ad imposta fondiaria, così come lasciano i documenti di S. Maria da Messina, che sembrano riportare una situazione di fatto che rimonta dal periodo romano, quando il " vectigal solarium" cioè l'imposta fondiaria per eccellenza era quella sui terreni seminativi, protrattasi durante il periodo bizantino ed arabo fino all'epoca normanna, in cui si produceva grano ed orzo. Nel secondo significato Solaria deriva dall'aggettivo solarius-soleggiata, per cui terra solarìa significa terra soleggiata come la natura del luogo sembra suggerire.


Il Paese
Il paese è costituito da due piccoli centri abitati Rodì e Milici a tre chilometri di distanza l'uno dall'altro, arroccati sui Peloritani a più di 100 metri di altezza, lambiti dal fiume Patrì.
Da entrambi si domina la piana di Milazzo, le isole Eolie, Tindari e Castroreale. La popolazione è dedita prevalentemente all'agricoltura (grano, vite, ulivo e agrumi) e all'allevamento di bovini e ovini. Qualche artigiano continua a tramandare l'arte della lavorazione del giunco e delle canne con la realizzazione di “ zumbili", “cofani”, “panieri”.
Rodì Milici si costituisce in comune autonomo appena un cinquantennio fa staccandosi da Castroreale, ma le sue origini sono antichissime se si pensa che nel suo territorio, sul Monte Ciappa sono stati trovati i resti della città Longane fondata, su un pianoro dei Peloritani tra i 400 e i 500 metri, verosimilmente dagli abitanti autoctoni Sicani, rifugiatisi sui monti all'arrivo dei Siculi. L'esistenza di Longane è oggi certificata dalla presenza di monete d'argento e da un caduceo in bronzo del V secolo a.C., custodito al di British Museum di Londra.
In località Grassorella esattamente di fronte al monte Ciappa, si trova una necropoli costituita da tombe a grotticella, risalenti, secondo l'archeologo Bernabò Brea, all'età del bronzo e del ferro, la cui tipologia ricorda quella delle tombe di Pantalica. I rinvenimenti dell'acropoli e della necropoli testimoniano dunque che la zona era abitata fin dalla preistoria e che la necropoli di Grassorella è strettamente legata all'acropoli di Longane sul monte Ciappa in località Pirgo, dal momento che il rito della inumazione dei morti era tipico dei Sicani. Sul fiume Longane, secondo alcuni studiosi corrispondente all'attuale Patrì, si combatté la storica battaglia del Longano nel 269 a.C. in cui i Siracusani di Gerone II sconfissero i Mamertini di Cione. Durante il periodo romano Rodì rivestì una grande importanza per la produzione di grano, olio, orzo e vino mamertino.
Con il medioevo il territorio di Solaria, corrispondente oggi ad una contrada di Rodì, insieme a Milazzo, Tripi, Oliveri e S. Lucia, ricadeva tra i feudi del monastero del Santissimo Salvatore di Patti e di San Bartolomeo di Lipari e perciò soggetto all'esazione della decima. All'epoca medievale risale la fondazione a Milici di una divisione dell'Ordine dei Cavalieri di Malta di S. Giovanni di Gerusalemme, e una sezione della scuola poetica siciliana.
I Cavalieri di Malta ricevettero il casale di Milici con due dimore reali da Federico II di Svevia nel 1212. Il palazzo, seppur rimaneggiato nei secoli, conserva ancora l'originale arco in pietra sormontato dallo stemma del Priore Signorino Gattinara.    Al medioevo è pure legata la diceria secondo cui il pontefice S. Leone, salito al soglio pontificio nel 682, fosse nato a Milici in contrada Rinazzo.
Nel 1582 una terribile alluvione seppellì tutto l'abitato di Rhodis-Sulleria che sembra sorgesse sul greto del torrente. i sopravvissuti si spostarono a monte, insediandosi in parte attorno al vecchio castello dei Cavalieri di Malta (attuale Milici) e, il resto, ai piedi del monte Limbia dove costruirono la nuova chiesa di S. Bartolomeo (attuale Rodì). L'itinerario di visita inizia ancora prima dell'arrivo in paese, con una sosta in località Sulleria un'ampia vallata a forma di conca che funge da ingresso al paese.
Campi di grano, di agrumi e vite si estendono a perdita d'occhio, esposti generosamente ai raggi del sole. percorso il rettilineo che dolcemente si inerpica verso la montagna si giunge nella piazza centrale di Rodì, dedicata a Gaetano Martino e in cui si trovano il Municipio , il Monumento ai caduti, la Biblioteca  comunale e la Civica Galleria d'Arte siciliana. Imboccando la strada a destra ecco l’arco dei poeti con un bellissimo mascherone nella chiave di volta, il cui nome testimonia la presenza di una sezione della scuola poetica siciliana in epoca federiciana. Proseguendo si arriva alla chiesa dell’Immacolata nella piazza omonima. Ricostruita all'inizio del '900 sul vecchio impianto cinquecentesco della chiesa della Madonna dell'Itria, è impreziosita all'interno da un altare di marmi provenienti dalla chiesa messinese di S. Gregorio crollata nel terremoto del 1908. Nella piazza sorge una statua recente della Vergine Immacolata e lo splendido Palazzo colloca risalente al XVIII secolo.
A destra della piazza si percorre una stradina immersa in giardini di aranceti e limoneti, che porta fino al greto del fiume Patrì. Qui si trova la vecchia chiesa di San Bartolomeo, riscoperta sotto una coltre di fango negli anni ottanta. il suo ritrovamento ha fatto ipotizzare un antico insediamento proprio sul greto   del fiume da dove i rodiesi si sarebbero spostati a monte, in seguito all'alluvione del 1582. Risalendo, si consiglia la visita della nuova chiesa di San Bartolomeo, costruita verso la fine del '500 laddove, secondo la leggenda, sembra si siano fermati i buoi che portavano la statua del santo, patrono di Rodì,  opera del Calamech.
Percorrendo la via  Germanò si può ammirare il caratteristico mascherone montato sul portale di un'abitazione e recante la data del 1733. A questo punto bisogna proseguire per Milici. Poco prima di arrivare al paese ecco un bivio che porta a sinistra verso il campo sportivo e Villa Laura e a destra verso la zona archeologica di Longane, in cui sono ancora custodite la cinta muraria a forma di quadrilatero e un fortino megalitico del XIIIsecolo a.C., ritenuto uno dei più antichi fortilizi indigeni. A Milici si consiglia la visita della chiesa di San Rocco databile intorno al XVII secolo. Giunti nella piazza centrale ecco il palazzo dei cavalieri di malta con l'arco cinquecentesco sormontato dallo stemma del Priore Signorino Gattinara e la Chiesa si San Giovanni Battista e di S. Maria delle Grazie d'impianto normanno-svevo. Una fontana risalente al regno di Filippo IV reca la data del 1631. tra le particolarità del comune bisogna citare la cospicua presenza di Murales che impreziosiscono le mura di Rodì e di Milici con immagini dipinte da importanti artisti siciliani negli anni settanta.

Da Solaria a Rodi

Il nome Rodì deriva da Rhódis; esso non compare in alcun documento anteriore al 1324; da quest'anno data la fondazione di Castroreale. L'importanza che quest'ultima città andò via via assumendo (divenne infatti importantissimo centro politico amministrativo della provincia di Messina, ed eguagliato solo da Milazzo), fece cadere in oblio i centri viciniori, da cui Castroreale ebbe origine. e soprattutto la nostra città. Del resto, il toponimo Rhódis non può essere antecedente al 1304, poiché solo in tale data l'isola di Rodi fu donata dal governatore genovese Vignolo dei Vignolí all'Ordine dei cavalieri di San Giovanni Gerosolimitano. Questi cavalieri ebbero assegnato da Federico II di Svevia il casale di Mìlici, e successivamente diedero al vecchio centro ormai decaduto il nome di Rhódis.
La fonte più accreditata e più antica, il Fazello, riporta la modalità del costituirsi di Castroreale: « ... CASTRUM REGALE, vasta e tagliata a picco in una rupe; città fatta sorgere da Federico II d’Aragona Re di Sicilia, dalle rovine di Curafi, Nàsari, Protonotàro, Mìlici; Rodì e di molti altri villaggi». La conferma di quanto dice il Fazello, la troviamo nel Mugnos, che scrive circa un secolo dopo, e ci informa che Messina, Milazzo e gli altri centri del milazzese parteciparono ai Vespri siciliani:
« Imitarono in questo stesso giorno i Messinesi Milazzo, e altri Casali, che poi il Re Federico Secondo Aragonese reducendogli in un corpo ne formò la Città di Castroreale. Questa Città fu fondata dal re Federico Secondo Aragonese ne' primi tempi della guerra francese, già che i popoli di molti casalotti aperti vessati continuamente dell'ínsidie militari della continua guerra, il Re predetto per custodirli di quella oppressione gli redusse unitamente in quel luogo, e la circuì di mure, e porte chiamandola Castroreale nel 1300 ».
Esiste, in effetti, il diploma dato da Federico II d'Aragona nella città di Messina il 24 marzo 1324; e di cui si conserva copia nel Libro rosso dell'Archivio comunale di Castroreale, a pag. 148, come ci informano il Casalaina e Vito Amico. Di quest'ultimo riportiamo il passo in questione: «Credo fermamente Sulla origine, essere stata nel colle la terra Crizina o Cristina; donde prende il nome la porta occidentale, poichè ne fa menzione Federico II nei suoi diplomi del 1324: "Considerando la fede, l'obbedienza universale, la fedeltà della gente della terra di Cristina nella piana di Milazzo..., il castello, la fortezza, e la stessa terra Cristina, che per maggior sicurezza e salvamento di tal nostra gente fedele, di nuovo costruirsi provvedemmo" ecc.; il che indica aver fabbricato Federico il castello ossia la rocca, ed averlo dato ad abitare agli antichi abitanti di Cristina, donde venne il nome di Castroreale.
E non si viene con ciò a riprovare l'opinione del Fazello e del Pirri, che scrivono molti dispersi villaggi avere il Re in uno riunito, cui concedette Regie insegne, e nome, e privilegia »
E' evidente che la nascita di Castroreale è una conseguenza diretta della perdita d'importanza, e addirittura della sparizione dei centri siti più a valle, che si trovavano perciò in una posizione dalla quale potevano difendersi con molta difficoltà dalle continue minaccie d'invasori. Nelle fonti successive al 1324, tutti questi "casali" vengono menzionati come appartenenti al territorio di Castroreale e sotto la sua giurisdizìone.
Che nome aveva, dunque, il nostro importante centro prima di chiamarsi Rhodis e, definitivamente, Rodì? Una serie di documenti ci permette di identificarlo con il vecchio centro di Solaria. Questo toponimo deriva dal greco-bizantino, che significa "abbondante di legna"; e che si è corrotto in Sullerìa'.
II primo documento scritto risale al 1148. Riporta una sentenza emessa da Re Ruggero II su di una disputa, tra il vescovo di Messina-Troìna, e l'abate di Lipari-Patti, circa alcuni possedimenti sulla costa tirrenica nord, elargiti dal re a quest'ultimo; e che un precedente diploma non specificava chiaramente a chi appartenessero. Infatti, un diploma del 1104 riportava le concessioni fatte dal vescovo Roberto di Messina, primo vescovo di questa città dopo l'invasione dei Saraceni, ivi insediatosi dopo che la sede episcopale era stata traslata da Troìna.
Tale diploma diede luogo ad una lite fra Giovanni, vescovo di Lipari-Patti, e Arnaldo vescovo di Messina-Troìna, a proposito di certi diritti su alcune città della costa del nord, che il vescovo Roberto di Messina aveva dato all'abate Ambrogio di Lipari-Patti, nel 1104. Non si conosce l'esatta natura di questa concessione, ma essa fu senza dubbio redatta in modo molto vago; l'abate Giovanni ne approfittò per estenderne il significato e quindi i limiti territoriali, in modo eccessivo. Per esempio, egli interpretò la donazione della decima della tonnara di Olivieri come se includesse l'intera decima del luogo. Finalmente, nel febbraio 1148 Arnaldo di Messina si appellò a Ruggero II per avere giustizia; e il caso fu portato a Palermo per essere trattato dalla stessa corte reale.
Oltre al verdetto di Ruggero, possediamo un documento parallelo , del vescovo di Messina; il Re annullò e spezzettò
la donazione del vescovo Roberto sulla quale Giovanni sondava la sua richiesta un po' aggressiva, e fece un aggiustamento dei diritti delle due chiese. La sua sentenza fu dichiarata inappellabile. L'abate Giovanni ricevette: 2/3 della decima di Fitália, 1/2 della decima della chiesa di San Pietro in Ficarra, 1/2 della decima di Solaria, l'intera decima della tonnara di Olivieri, la chiesa di Santa Maria nel porto di Milazzo e 1/3 della tonnara di questa città.


Questo documento è importante perché in esso vediamo menzionata per la prima volta Solaria e la destinazione di una parte della decima prelevata sui prodotti di questo territorio: metà della decima di Solarìa toccò ai legati della chiesa di Lipari e del monastero di Patti, dopo che il legato della chiesa messinese ne fece esplicita rinunzia.
Solarìa compare in un documento successivo, e precisamente del giugno 1157: si tratta di un ordine che il Re Guglielmo I invia allo "stratega" di Messina e ai "bàioli" di Milazzo e di Solaria, affinché provvedano a fare versare all'abbadessa e alle monache di Santa Maria Latina di Messina, regolarmente, cioè ogni anno, i proventi, sia in natura che in danaro, che esse << da lungo tempo hanno l'abitudine di ricevere>>'. Il regio demanio di Solaria era tenuto a versare 450 salme del migliore frumento, 250 salme di orzo e 125 tarì d'oro.
Visto che metà della decima andava già all'abate di Lipari-Patti, come sancito dalla sentenza di Ruggero II, e poiché a questa andavano ad aggiungersi gli altri versamenti in natura e in denaro al monastero di Santa Maria Latina, dobbiamo dedurre che questo territorio era molto vasto. Era. un importante centro politico-amministrativo, poiché nel suo territorio risiedeva stabilmente un governatore regio ( "bàiolus" ) : Solaria era un centro demaniale sotto la diretta giurisdizione regia.
Il re Federico II di Svevia conferma, con un diploma rilasciato in Messina nel maggio 1210, l'atto regale di Guglielmo I il Normanno che a sua volta, appoggiandola, sanciva l'antica consuetudine reclamata dall'abbadessa. Con questo diploma, il Re suggella definitivamente i diritti dell'abbazia. .
Per quanto riguarda i termini, "stratega" e "baiulo", secondo il Meneger, non rinviano ad una differenza nelle funzioni amministrative che promulgavano; ma derivano da un semplice fatto di linguaggio amministrativo, reso ancora più incerto dalla pluralità di lingue che si parlavano nell'isola.
Stratega deriva dal greco “strategos”; "baiulo", dal latino "bajulus", ancorchè i Bizantini abbiano anch'essi conosciuto un "Bàjoulus" . Messina in quel tempo era più grecizzata, mentre Milazzo e Solaria erano più latinizzate. Il Meneger cita il mandato 'di Carlo I d'Angiò datato 29 maggio 1279, col quale si prescriveva agli ufficiali regi di verificare la fondatezza delle pretese espresse dall'abbadessa e dal convento di Messina, circa le esazioni gravanti su Solaria:<<  ... 125 tarì d'oro come somma generale dai redditi della curia della nostra “terra” di Solaria e del suo tenimento, sito nella piana di Milazzo>> .
Solarìa compare ancora in un documento datato 9 agosto 1268, e questa volta menzionata come "casale"; in esso è questione, tra l’altro <<di restituire all'abate e al convento cistercense di Santa Maria di Novara, quelle terre site nel territorio del casale di Solaria e che volgarmente vengono chiamate delle Terme ».
Il documento indica anche i confini di questo territorio: ad oriente, una via pubblica per la quale si va dal casale di Solaria, per la Chiesa di Santo Nicola al mare. Questa via confluiva, all'altezza della vallata Paparini, in quella trazzera regia che, proveniente da Milazzo, giungeva all'ex feudo di San Giovanni Ospedale, a sinistra del torrente Patrì, saliva sul colle della Grassorella. qui si biforcava scendeva nel torrente Patrì, quasi all'altezza del posto in cui è ancora visibile la cupola della chiesa sommersa; e conduceva proprio a Solaria, il cui centro bisogna identificare colla cittadina di Rhodis della tradizione, sommersa sotto il greto del torrente. Ad ovest, ridiscendeva sull'attuale Rodì, all'altezza della chiesa dell'immacolata. già chiesa a tre navate con colonnato, e dedicata alla Madonna dell'Itria. Andava quindi in contrada Brusìa, e risaliva verso Pizzo Palo vicino Novara di Sicilia, giungendo fino a Randazzo. II documento fa menzione che ad occidente vi ora un "terminus", fino alla via attraverso la quale si sale al casale di Protonotaro .
Da questi confini, è facile dedurre che il territorio conteso si trovava nell'attuale comune di Terme-Vigiliatore, dove del resto vi sono tutt'ora le acque termali, e che nell'anno 1268 facevano parte del territorio del casale di Solarìa. In effetti, esisteva nel posto indicato dai documento, un'abbazia dei Cistercensi: <<...
Quando i Cistercensi di Novara si fabbricarono verso il 1150 un'abbazia, la costruirono verso Porto Salvo, nell'attuale frazione Termini >>.
Nel comune di Terme-Vigliatore esiste una contrada denominata "Badia", in cui vi è un vecchio casamento, oggi adibito a palmento, che faceva parte di un complesso abbaziale, quasi sicuramente i Cistercensi. Ad una diecina di metri, su di un poggetto sorge la chiesa di Santa Maria delle Grazie, anch'essa un tempo legata al vecchio complesso abbaziale. Sulla sua facciata è visibile una lapide scritta in latino, del 1643.
Circa l’esistenza dell’ospedale di San Giovanni, costruito dai Cavalieri dell’Ordine Gerosolimitano,e del monastero di Santa Maria delle Terme, dell'Istituto Cistercense, dipendente da Novara ma situato nel territorio di Solaria, importante è la notizia dataci da Vito Amico nel suo Dizionario, alla voce "Porto Salvo": << Portus Salvus, casale di Castroreale, da cui dista tre miglia verso maestro, appelIavasi un tempo Trebisonda... Ne è dedicata la chiesa parrocchiale a Nostra Donna di Porto -Salvo; si ha un sacerdote curato ed ha diritto sinanco sull'Ospedale di San Giovanni, cominciato da gran tempo a fabbricarsi dai cavalieri di San Giovanni Gerosolimitano, in un territorio ad essa soggetto, la quale estende pure la sua preponderanza sul borgo appellato delle Terme poiché vi scaturiscono acque termali solfuree ad uso di bagni, dove sorge anche un ospizio di Santa Maria delle Terme d'Istituto Cistercense nel paese di Novara » .
Lo storico Filippo Rossitto ci dà anch'egli una descrizione topografica del casale, aggiungendovi l'importante notizia dell'ultima catastrofica alluvione del 1584: << Il casale giaceva nel piano, nella contrada Politi, a sud-ovest della chiesa; ma inondato dal fiume Plati, ossia Termini, fu abbandonato dagli abitanti e fabbricato "supra la chiesa di S. Maria di Portosalvo esistente in detta contrada", per concessione di terreno fatta dai Giurati di Castroreale , a 10 gennaro 1584, confermata per lettere viceregie del 6 marzo dello stesso anno. La grande catastrofe è con affliggentí parole descritta nella supplica dei Giurati, che precesse la sovrana sanzione ».


Solaria compare successivamente come "feudum Sularìa", ed è menzionata in un documento del 1512. Vi si rileva che il feudo era di competenza della curia regia; e che Federico II d’Aragona lo concesse ad un certo Nicola di Protonotaro e ai suoi eredi, con tutti i privilegi. Assieme alle risorse naturali, dettagliate minutamente, ne troviamo indicata la posizione geografica: << Si può facilmente vedere ad un tiro d'arco dal mare verso terra, assieme alle miniere, alle saline, ai castelli, alle foreste, alle difese antiche e alle altre cose... ».
Il Barberi prosegue informandoci che, dopo avere sfogliato tutti i codici della Cancelleria regia relativi al periodo tra il 1346 - data della pretesa concessione del feudo Solaria da parte del Re Federico a Nicola di Protonotaro -, e il 1512 - data in cui l'autore compio il suo lavoro -, non ne trovò alcuno che facesse menzione del privilegio di questo feudo e dell'investitura, né alcun'altra scrittura; né il feudo appare nell'elenco degli altri feudi, iscritti nel ruolo del Regno. Il Barberi avanza l'ipotesi che la Curia regia fosse stata ingannata, lesa e defraudata sia nel servizio militare che negli altri diritti regi. Qualcosa di vero c'è, circa L'appartenenza di una sia pur minima parte del feudo di Solaria ad una famiglia nobile di Protonotaro, i Pensabene, che tutt'ora posseggono la parte ovest del colle Grassorella che dà sul torrente Patrì, proprio dirimpetto a Protonotaro.
La ricerca del Barberi ha messo comunque in luce un punto importante del destino del feudo di Solaria: questa concessione è senz'altro dovuta rientrare nella Curia regia, tranne la piccola parte sopra citata, mentre tutto il resto del feudo seguì il destino tracciato dai documenti del 1148, del 1157 e del 1268.
Solaria si trova, inoltre, in un documento datato Messina 30 gennaio 1356. col nome di "Sullarie", menzionato come confine ad un altro tenimento, "lu cumjtaiu", che risulta compreso tra il casale di Furnari, il territorio di sullerie ed altri confini. In tale documento, il Re ordinava al capitano di Castroreale di assegnare al nobile Guglielmo Rosso << ... un certo tenimentu di terre detto u comjtaiu, posto nel piano di Milazzo vicino al territorio di Sullarìe accanto al territorio del casale di Furnari ed altri confini... Una delimitazione più precisa dell'estensione del feudo di Solaria (scritto questa volta "Sullerìa"), però alquanto ridotto, Io troviamo in un ms. del 1749. In questo documento, compilato in occasione della visita che un commissario del gran Priorato dell'ordine dei cavalieri di San Giovanni Gerosolomitano di Messina fece alla chiesa e al casale di Milici, si trova, descritto minuziosamente il feudo di Mìlici, con i relativi confini, uno dei quali è Sullerìa (nome che troviamo redatto per la prima volta nella sua dizione attuale). Il feudo di Mìlici, che viene menzionato come appartenente a Castroreale ma sotto la giurisdizione spirituale del Gran Priorato di Messina, compare delimitato dai seguenti confini: << ... Inizia dalla Chiesa di San Filippo del Casale di Rodì, vicino al feudo di Sulleria, scende dinnanzi alla chiesa dell'Itria, costeggia ad Occidente il colle di Ljmbìa e giunge al pelastro vicino al feudo di Pirgo, scende sotto la mandria di detto feudo, passa per la scalitta di Mustachello, e si unisce al vallone di San Licandro ed acchiana vallone vallone vicino la rocca di tre croci, e scende per il vallone di Volcano e si unisce al fiume di Plati, e scende fiume fiume verso l'Oriente, passa per il stritto di Coppola così nominato verso la chiesa di San Filippo si distingue nello stesso feudo due casali o terre, denominati uno casale di Rodì, l'altro di Mìlici; quest'ultimo era sotto la giurisdizione del gran Priorato.
 
Milici

Antico nome di divinità siciliana, dal greco "Meilichio".
Le origini di Milici sono molto antiche; è probabile che vi sorgesse un tempio pagano, il cui culto e da collegare con Artemisia. Non possediamo altre notizie.
Anche Milici possiede una sua tradizione orale , relativa alla nascita di Leone II, eletto papa nel 682.
Si afferma che egli sia nato a Milici, in contrada Rinazzo, in una vecchia casa tutt'ora esistente, chiamata appunto casa di Papa Leo. Il giovinetto Leone, guidando il suo piccolo gregge per le campagne, si trovò un giorno nella contrada feudo Spartà, e, pur essendo del tutto ignorante, con un bastoncello scrisse sulla sabbia: - Un giorno sarò papa. - Passava di là, a caso, un sacerdote; e, lette quelle parole, chiese al giovine se sapeva leggere; inteso che no, gli disse: - Ma vuoi tu istruirti? E l'ingenuo giovane: -- Ma io non ho scritto per andare a scuola. -Ebbene, soggiunse il sacerdote; te ne verrai con me; sarà mia cura farti istruire a mie spese. - E Leone, lasciato il gregge, va a licenziarsi dai genitori, che volentieri accondiscendono al suo desiderio; e se ne va col sacerdote. Condotto a Roma, si istruì nella lingua greca e latina, in ogni genere di letteratura, nella musica, nelle divine Scritture; e, per le sue virtù, meritò di essere eletto papa.
Dopo la morte di papa Leone, chiese ed altari gli sono stati innalzati nel vecchio comprensorio di Castroreale.
Uno dei quattro altari della chiesa di San Rocco, patrono di Milici, è dedicato a San Leone; ed un quadro che lo raffigura e custodito attualmente nella chiesa di San Giovanni. A Castroreale gli era stata edificata una chiesa, demolita nel 1883.
Quanto alle fonti scritte relative un diploma dei 15 marzo 1211, rilasciato da Ermanno de Striberg, Camerario di Federico II di Svevia, ai Cavalieri di San Giovanni Gerosolimitano:<< Concediamo e diamo in perpetuo il nostro casale di Milici alla casa dell'ospedale di Messina; e con l'autorítà del nostro re illustrissimo Re Federico, il tenimento con le foreste, con le terre colte ed incolte, con gli acquedotti…>> . Federico II conferma questa donazione con altro diploma, dato in Messina nel marzo 1212.
Uno dei privilegi relativi a questa donazione. ancora ricordato ai nostri giorni , era un diritto d'asilo in tutta la piazza antistante la chiesa di San Giovanni.
Conosciamo anche la tariffa delle decime degli anni 1308-1310 che Milici pagava alla Chiesa Romana.<<  Il Presbitero Costantino, Cappellano greco della chiesa di San Giovanni Battista di Milici, pagò grani 15>>. Nello stesso elenco troviamo ancora: << Il Presbitero Costantino, Cappellano della chiesa Santa Maria del Casale di Milici, tarì 4, grani 5>>. Secondo quanto riporta Casalaina, il papa Paolo V, con bolla data a Roma il. 13 giugno 1606, proclamava l'arciprete di CastroreaIe parroco e rettore di tutto il suo territorio e distretto, compreso il Casale di Milici; la chiesa però fu tolta nei 1627 dalla dipendenza dell'arciprete e aggregata ai gran Priorato di Messina, poiché In quel villaggio l'Ordine Gerosolimitano aveva una casa e un feudo, e fece riconoscere il suo diritto di padronanza sul luogo.
Un'altra tradizione orale, coma già riportato, e che sì collega con la Cupola sommersa nel Torrente Patri,è quella della Madonna dell'Alloro, raffigurata in una statua in marmo, opera della scuola del Cagini.
La statua venne trovata sulla spiaggia e fu trasportata, lungo il torrente Patrì, verso Milici, da sette pariglie di buoi che, giunti davanti alla cupola della vecchia chiesa di San Bartolomeo, si fermarono, i fedeli gridarono: "Santa Maria di Milici"; ed allora una sola pariglia, di buoi partì, e la statua venne portata nella chiesa di San Giovanni a Milici.
Come abbiamo visto, Solaria, da importantissimo centro politico-amministrativo le cui origini risalgono al periodo bizantino, decadde nei primi anni della guerra angioino-aragonese; ed il suo territorio che si estendeva oltre Pizzo Polo sopra Milici fino al mare, includendo i paesi circostanti la valle del Patrì e il territorio al di qua del fiume Mazzarà, viene diviso; e le decime continuarono ad andare ai monasteri e alle chiese sopra menzionate. Prima che Garibaldi sbarcasse in Sicilia nel 1860, una parte dell'antico feudo di Sulleria apparteneva ancora all'Abbadessa di San Gregorio, nome successivamente assunto dalla Superiora dell'antica Abbazia di Santa Maria di Messina. Così ancora ricordano i più anziani di Rodì.
Dopo l’Unità d'Italia, l'antico demanio regio di Sullerìa venne diviso in lotti, e la comunità rurale di Rodì ne venne in possesso.
I contadini di Rodì coltivano oggi questo territorio. spezzettato in piccoli o meno piccoli lotti, molti dei quali conservano il nome dato al momento della divisione; certi fondi vengono chiamati tutt'ora con i numeri: - "all’uno, al cinquanta, al dieci.." assegnati al momento della lottizzazione.

                                                                                

 

 I SITI ARCHEOLOGICI
 
RODI’

 
Le scoperte archeologiche del 1914 e degli anni cinquanta sono la testimonianza dell’esistenza di civiltà indigene nel territorio di Rodì Milici.
Con i reperti venuti alla luce si è potuto stabilire che i primi abitanti del territorio furono Sicani i quali vivevano in capanne in pianura a valle dei monti sui quali inumavano i loro morti in grotticelle artificiali, scavati nel tufo (XVIII-XV sec. a.C.)
Le scoperte di altre tombe sempre sul Monte Gonia, nella valle Paparini (IX-VIII sec. a.C.) e nella contrada Mustaca (V sec. a.C.) hanno permesso di accertare il processo di ellenizzazione del territorio, che secondo quanto affermato da illustri studiosi, a valle dell’attuale Rodì esisteva l’antico paese di Artenomasio (Artemisia) che nel nome ricordava il simulacro di Artemide (Diana) trafugato da Sparta da Oreste e da sua sorella Ifigenia.
Nel III sec. a.C. il bacino del Longano, oggi Patrì, è stato il teatro, secondo Diodoro Siculo, della famosa e sanguinosa battaglia tra mamertini e siracusani, vinta da questi ultimi.
Dai diplomi di Enrico VI, imperatore, si viene a conoscere che il territorio era compreso nella magna foresta Linaria che, iniziando dal Mela, si estendeva  a Mirto, Frazzanò e Longi.
Con Federico II di svevia, re di Sicilia, nel 1211-1212, le terre e il casale di Milici vengono ceduti ai Cavalieri dell’Ordine di S. Giovanni Gerosolimitano, ma di Rodì non si sa nulla forse perché distrutta dal torrente impetuoso o dalle guerre.
Lo storico V. Amico ricorda che i Cavalieri importarono lavoratori dall’isola di Rodi per colonizzare il feudo, mentre il Fazello afferma che il paese fu distrutto durante le guerre angioine-aragonesi e gli abitanti costretti a rifugiarsi al Castro la cui costruzione era stata ordinata da Federico II d’Aragona (1324).
Rinasce forse sullo stesso territorio con il rientro di tutti o solo di una parte di coloro che erano scappati e con l’immigrazione da Rodi di altri coloni.
Sempre l’Amico ricorda che il villaggio fu “soverchiato spesse fiate dal fiume Rossolino” e che, infine, distrutto completamente, fu ricostruito sulle pendici delle colline di Limbia e S. Filippo.
Attraverso la lettura del cabreo del feudo di Milici (1687) si hanno notizie sulla popolazione del nuovo paese, sui fondi coltivati e sulla produzione agricola.

NECROPOLI DI LONGANE
 E’ stata scoperta negli anni 1951 e 1959 sul monte Gonia o Grassorella, e nella valletta Paparini, nelle immediate vicinanze dell’abitato di Rodì.
Le più antiche tombe risalgono al XVIII-XV sec. a.C.  e si trovano a sud-est in cima alla collina verso la valle del Longano.
Una di esse, in particolare, diede abbondante corredo. La sua pianta quasi regolarmente circolare misurano. 3.85 di diametro, ha la volta a forno e misura m. 1.80 di altezza al centro. Si rivenne uno spillone di bronzo del tipo cruciforme con tre globuli, uno al termine di ciascuno dei tre bracci a croce, mancante nella punta. E’ di un tipo rappresentato da tre esemplari nei livelli di Ausonio II° di Lipari. Le rimanenti suppellettili raccolte nella tomba costituiscono un insieme che, per tipo e cronologia, risalgono ad età molto più antica. La ceramica raccolta è rappresentata da nove vasetti: è scadente, sabbiosa e molto fragile, pareti sottili, superficie granulosa, opaca, plasmata a mano in modo grossolano, con irregolarità e asimmetrie.
Il pezzo più interessante è una tazza attingitoio, fondo emisferico con parete alta, rigida, imbutiforme.
Inoltre furono recuperati oggetti ornamentali: perle, pendagli e manufatti di ossidiana.
 
FATTORIA ROMANA
 
Recentemente, a seguito di scavi eseguiti dall’Università di Messina, sono stati rinvenuti, in contrada Grassorella o Gonia, i resti di una fattoria romana, di grande interesse archeologico, che hanno evidenziato, oltre alla perimetrazione muraria, una cisterna, scavata nella roccia, della profondità di oltre 3 metri con il fondo ovale. Inoltre, sono state rinvenute diverse monete, databili al periodo greco e romano.
 
NECROPOLI GRECA DI MUSTACA
 
Mustaca (Mustaco) è una contrada, un pianoro di un Kmq. e sino al 1914 era tutta una necropoli sconosciuta. In quell’anno, durante lavori di scasso, i contadini scoprirono le tombe e ne dispersero i corredi funerari.
Alla diffusione della notizia il Prof. Sen. Paolo Orsi, allora Direttore del Museo Antico di Siracusa, pubblicò nel Bollettino di Paletnologia Italiana (1916) una breve relazione rendendo noto che erano stati scoperti numerosi sepolcri formati da lastroni calcari e protetti al di sopra da ciotoloni vari o da tegoloni bordati. Secondo l’Orsi, si era venuto a conoscenza del ritrovamento di uno scheletro di guerriero con elmo e corazza di bronzo e una spada. Era una Necropoli del V sec. a.C. come si poteva desumere dai relitti fittili, dai vasi e dal corredo di una tomba. “Con i suoi estremi potrebbe estendersi nel VI° e nel IV° secolo”, affermava l’archeologo.
Apparteneva ad un abitato di notevole vastità, una grossa borgata di indigeni che nel V° sec. aveva adottato le forme sepolcrali ed i portati industriali della ormai dominante civiltà greca.
Le scoperte di qualche anno precedente di altre tombe a Pirgo, a Quatela, a Trappeto, contrade vicine a Mustaca, nonché la notizia data da Vito Amico circa l’esistenza in Milici “di ruderi di un delubro dell’antica superstizione” confermavano tutte le affermazioni dell’Orsi e si può dire che tutto il territorio da Rodì a Milici, ai monti circostanti, era stato abitato da popolazioni che avevano subito la colonizzazione greca. Tutto ciò è stato confermato, negli anni cinquanta, dalla individuazione del fiume Longano, della città e della sua necropoli.
 
LONGANE-CITTÀ SICANA
 
Nel pianoro di Pirgo, ad oltre quattrocento metri di altezza, si trovano i Monti Cocuzzo (Cocuzza o Ferri) e Ciappa.
Il primo misura m. 576 di altezza e difende naturalmente il pianoro. Ha la forma di pan di zucchero e sulla sua vetta si trovano le vestigia di un castello in posizione fortissima e inespugnabile.
Gli archeologi Bernabò Brea e Ryolo riconobbero le fondazioni dei muri (1950). Questi sono di circa cm. 50 di spessore: due suoi lati si incrociano ad angolo retto e misurano m. 24,25 e m. 27,50. Il resto della muratura è costituito da un lato curvilineo. Le pietre sono grosse e non squadrate, sono assai pesanti e la costruzione è quanto mai primordiale.
Il tipo della muratura è quello megalitico e secondo gli archeologi, è più antica delle fortificazioni che vengono chiamate mura pelasgiche.
Per gli stessi archeologi si è in presenza del più antico fortilizio che sia stato mai costruito in Sicilia.
Appartiene alla fine dell’età del bronzo medio, cioè al secolo XIII a.C. Il secondo, Monte Ciappa. è alto m. 442 sul quale si trova la cinta di fortificazioni della città di Longane.
Per Domenico Ryolo è l’opera più importante costruita dai longanesi.
La cinta si trova a m. 420 di quota, circa 22 metri più in basso del cocuzzolo; ha la forma di un quadrilatero, quasi una fortezza, considerata grandiosa e importante anche perché è stata costruita nel VI° secolo a.C. Era costituita da cortine murarie intervallate da torri che sporgevano dalla cortina dando così possibilità di sorveglianza e difesa. La distanza tra torre e torre non è costante.
La costruzione non è molto accurata: conci squadrati si alternano con pietre informi: lo spessore dello muro è di m. 1.00; 1.20; 2.40.
Le torri sono seguite meglio anche perché costituite con conci squadrati, lunghi m. 1.10 o in 1.40; l’altezza varia da cm. 35 a cm. 40).
Le torri appartengono al tipo del VI° secolo a.C.
Durante gli scavi fu raccolta della  ceramica che non oltrepassa il V° sec. a.C.
Concordano gli scopritori che la città di Longane scomparve sul finire del V sec. a.C. ad opera di Messana, che si impadronì del territorio. Altra testimonianza dell’esistenza di Longane è data da un caduceo in bronzo, insegna dell’araldo dei Longanesi, che si fa risalire al periodo anteriore all’anno 461 a.C. e che è stato scoperto nel XIX secolo, viene conservato al Britsh Museum di Londra.
Un’ulteriore testimonianza viene data da una moneta di argento, una litra coniata secondo il sistema euboico che si assegna al V° sec. a.C.; scoperta nel XIX secolo, si conserva nel British Museum. In essa si notano: D, testa di Heracles giovane con leontea; R. testa coronata di un dio fluviale.

SANTUARIO DI PIRGO
Nel pianoro di Monte Pirgo gli archeologi scoprirono i ruderi di un antico fabbricato, costruito in pietra, che lo studioso Domenico Ryolo considerava una comune abitazione, oppure edificio pubblico o infine tempio. Secondo il prof. Luigi Bernabò Brea doveva essere un santuario.
Di esso furono trovati i muri perimetrali per breve altezza dal suolo: sono in conci squadrati e senza malta per cui gli archeologi hanno trovato molta difficoltà nell’interpretazione dei ruderi, che comunque si ritiene costruita intorno al VI° sec. A.C.

CUPOLA ROSATA
In contrada “Chiano o chiesa vecchia”. Così detta perché ivi esisteva un’antica chiesa. Vi sono una cupola di colore rosa e alcuni ruderi di mura emergenti dal greto del Patrì che sono stati difesi dagli allagamenti da un muro di protezione (bastione).
Recentemente la Soprintendenza alle Antichità di Messina diresse i lavori di scavo utilizzando mezzi meccanici, i quali hanno riportato, alla luce una torre quadrata in muratura sulla quale insiste la cupola. Sono stati liberati dalla sabbia anche quei ruderi dei muri chiaramente appartenenti ad un edificio sacro, certamente alla chiesa vecchia che era dedicata a S. Girolamo secondo il cabreo del feudo di Milici del 1687. Confermò tutto ciò il dr. Vincenzo Greco da Messina il quale redasse negli ultimi anni del sec. XVII una perizia su quel feudo. I lavori di quella zona archeologica sono stati sospesi, in attesa di altri finanziamenti.

MILICI
Milici deriva da Meilichios, nome che veniva dato a Zeus presso i Greci. Fa pensare, quindi, che il casale fosse del periodo della colonizzazione greca. Tale asserzione è confortata da quanto scrive V. Amico secondo cui a Milici esistevano ancora nel sec. XVIII,. quando egli scriveva il suo Lexicon, i ruderi di un delubrio tempio dell’antica superstizione, cioè un tempio o un’ara pagana.
La tradizione orale, accettata dal Casalaina, ricorda che papa Leone II ebbe i natali a Milici.
Si comincia ad avere notizie più certe di Milici nel 1211 quando Hermannus de Striberg, camerario regio ed imperiale di Federico II di Svevia, cede ai Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimetano, Casa Ospedale di Messina, il casale di Milici e le sue terre. Esiste ancona il diploma di Federico II con cui viene confermata la donazione di Hermannus (1212).  Il fatto che già nel 1211 esisteva il casale fa pensare che il territorio fosse abitato da lungo tempo. La tradizione orale dice ancora che a Milici venne Federico II° con la scuola poetica siciliana e che lo stesso re imperatore andò a caccia nei boschi vicini. Di questo si interessa il noto poeta scrittore Nino Pino quando trascrive la cantata delle donne del luogo, la così detta “Canzone di Pier delle Vigne”.  Nel XIV° secolo il casale di Milici conta non pochi abitanti che sono assistiti da un presbitero greco, come riporta Pietro Sella nel suo “Rationes decimarum nei secoli XIII e XIV”.
Il feudo di Milici dura molto a lungo come del resto avviene in tutta la Sicilia che vede scomparire la feudalità nel 1811, abolita a Napoli nel 1806 e che vede proibita la promiscuità negli ex-feudi ancora piè tardi rispetto al regno di Napoli (1816). Durante il periodo della loro presenza, i Cavalieri ordinarono più di un cabreo delle terre concesse ai censualisti e da tali documenti si evince che il territorio del feudo che si estendeva sino a Piano della Croce di Rodì, era diviso in tante piccole estensioni coltivate con preferenza ad uliveto, a gelseto e altri alberi da frutto; che, infine, in ogni fondo esisteva una casa di abitazione.
Dagli stessi cabrei appare chiaro che moltissimi censualisti erano forestieri i quali evidentemente, sfruttavano le terre servendosi di braccianti che abitavano sul luogo. E questo sistema doveva durare da secoli se è vera l’affermazione di Vito Amico, quando scrive di Rodì, secondo cui i Cavalieri avevano importato dall’isola di Rodi molte persone allo scopo di farle lavorare nel  feudo. Sempre da quei cabrei si apprende che si produceva olio di oliva, seta, lana, lino, legname.

PALAZZO PRIORALE
Altra opera d’arte molto significativa dal punto di vista storico è il Palazzo Priorale che si trova ubicato nella Piazza di S. Maria e che ora è di proprietà privata, vincolato di recente dalla Regione Siciliana.
In una relazione del rev.do Giovanni Ambrosiano del 1749 vi è la descrizione del Palazzo Priorale di Milici con la precisazione che quel manufatto aveva due damose reali, un magazzino per formaggio, due camere nel solaio di mezzo, una camera nell’ultimo solaio, una camera per cucina, ad Oriente un altro solaio, due magazzini sotto per frumento, sopra una sala e una camera, al centro del Palazzo una scala di pietra ed altro magazzino per frumento.
 
CHIESA DEI SS. ROCCO E BIAGIO
Lo storico Casalaina afferma che le chiese di Milici furono tolte nel 1627 dalla dipendenza della parrocchia di Castroreale e aggregate al Gran Priorato di Messina. Dal cabreo del feudo di Milici si apprende che la Chiesa di S. Rocco aveva comprato nel 1719 una casa e nel 1736 “un loco di olivati”. Tutto fa pensare che la chiesa esistesse prima del 1719, molto probabilmente anche nel secolo precedente.
D’altronde lo stile architettonico, gli ornamenti alla facciata e quelli interni, testimoniano che la costruzione è avvenuta nel Seicento piuttosto che nel Settecento.
La data 1750 incisa sul pilastro sinistro dell’edificio si riferisce ad un rifacimento esterno. La facciata presenta un portale abbastanza grande ed alto con il capitello interrotto al di sopra del quale esistono una finestra ed un orologio con campanile laterale. L’edificio è coperto con tegole curve di creta e l’interno necessita di urgente recupero, per salvare dalla distruzione completa ed assoluta qualche piccola parte degli affreschi  ogni parte

 ancora esistente.
Dentro e fuori si notano molte croci di Malta che testimoniano la presenza plurisecolare dell’Ordine dei Cavalieri di S. Giovanni Gerosolimitano, detto successivamente  di Malta.
 
OPERE E MONUMENTI
- Chiesa San Filippo; Chiesa Immacolata; Chiesa San Bartolomeo; Chiesa San Giovanni; Arco del poeta; Mascherone in via Candela; Mascherone in via N. Bixio; Mulini ad acqua dismessi; Frantoi dismessi; Palmenti, ecc.
 

Bibliografia:

Andrea Zanghì, da Artemisia e Solaria a Rodì Milici, Edizione Spes, Milazzo 1983;

Carmelo Aliberti - Andrea Zanghì, Rodì Milici nel 40° Anniversario dell'Autonomia, 1947-1987, Messina 1987.